Quando si parla di Mushin, molti tiratori storcono il naso. Sembra una parola lontana, quasi fuori contesto. Qualcosa che profuma di filosofia orientale, di spiritualità, di concetti astratti poco applicabili a uno sport concreto come il tiro dinamico. Ed è comprensibile.
Nel tiro dinamico siamo abituati a parlare di tecnica, di tempi, di punteggi, di classifiche. Di ciò che si vede, si misura, si confronta. Il Mushin, invece, sembra appartenere a un altro mondo. Eppure, se hai mai gareggiato davvero, sai che esiste. Sai che ci sono momenti in cui tutto scorre.
E altri in cui la testa interferisce, commenta, giudica, anticipa… e rovina.
Questo libro nasce per chiarire una cosa fondamentale: il Mushin non è misticismo. Non è uno stato speciale da evocare. Non è qualcosa che “devi raggiungere”. Il Mushin non è “non pensare”. È non pensare mentre fai ciò che sai già fare. C’è una differenza enorme. Non è assenza di mente. È assenza di interferenza della mente nel gesto che stai compiendo.
Chi pratica arti marziali conosce questo concetto da sempre. Non come filosofia, ma come necessità pratica. Nel combattimento, quando il gesto è stato appreso, pensare mentre lo stai eseguendo significa arrivare tardi. Significa irrigidirsi. Significa perdere continuità.
Il Mushin nasce proprio lì: quando il corpo sa cosa faree la mente smette di intralciare ciò che è già pronto. Il tiro dinamico non è diverso. Cambia lo strumento, cambia il contesto, ma il principio è lo stesso. Ogni disciplina ad alta precisione sotto stress affronta lo stesso problema:
non la mancanza di tecnica, ma ciò che succede dopo che la tecnica è stata appresa.
La mente entra in ritardo, ma entra in modo prepotente. Vuole controllare. Vuole correggere mentre l’azione è già in corso. Vuole evitare l’errore… e finisce per crearlo. La sua interferenza arriva nel momento sbagliato. Quando questo accade, molti tiratori pensano di essere “deboli mentalmente”.
Si accusano. Si giudicano. Si svalutano.






Recensioni