Quando ho ascoltato un podcast di Andrew Huberman, neuroscienziato del Dipartimento di Neurobiologia di Stanford, c’è stato un punto in particolare che mi ha letteralmente folgorato. Un concetto semplice, ma capace di cambiare completamente il modo in cui ci alleniamo, studiamo e affrontiamo la vita.
Huberman dice: “L’errore non è un problema. È il segnale che il cervello usa per imparare”.
Un concetto che, se ci pensi, va contro tutto ciò che culturalmente ci hanno insegnato. Eppure io, senza saperlo, l’ho sempre applicato in ogni cosa che ho fatto: nello sport, nel lavoro, nel tiro dinamico… e anche nella mia crescita personale.
E proprio durante i miei tre anni di psicoanalisi ho elaborato una frase che custodisco come un segreto prezioso, un principio che mi ha cambiato la vita. Oggi voglio condividerlo con te:
Il vero sbaglio non sta nello sbagliare. Il vero sbaglio sta nel non fare nulla per paura di sbagliare.
E questo concetto – profondo, umano, neurologicamente preciso – è l’essenza di ciò che stai per leggere.
La scienza è chiara: l’errore è la porta d’ingresso della neuroplasticità.
Che cos’è la neuroplasticità e perché è così importante?
La neuroplasticità è la capacità del cervello umano di modificarsi, creare nuove connessioni e riorganizzare i propri circuiti in risposta all’esperienza. In parole semplici: la neuroplasticità è il modo in cui il cervello impara e migliora.
Ogni volta che:
- provi un movimento nuovo,
- correggi un gesto tecnico,
- commetti un errore e ci riprovi,
- vivi una situazione impegnativa o intensa,
- assimili una nuova informazione,
il tuo cervello cambia fisicamente: si formano nuove sinapsi, si rinforzano le connessioni utili, si eliminano quelle che non servono più. È come avere un sistema “vivo”, sempre modificabile, che si aggiorna continuamente per renderti più capace, più preciso, più veloce, più efficace.
La neuroplasticità è fondamentale perché:
- permette di apprendere nuove abilità motorie,
- ti aiuta a perfezionare la tecnica,
- ti consente di cambiare abitudini e comportamenti,
- rende possibile il recupero dopo un infortunio,
- mantiene giovane il cervello a qualsiasi età,
- dà la possibilità di migliorare anche oltre i 60 anni, come in qualunque altra fase della vita.
E soprattutto la neuroplasticità si attiva quando commetti un errore e tenti di correggerlo.
Questo è il punto cruciale: l’errore non è un ostacolo, ma un interruttore biologico che accende il miglioramento.
Il margine di errore: quando ero arciere
C’è un’immagine precisa che mi torna sempre in mente: io, arciere, davanti al paglione. Tiravo. La freccia non faceva 10. Anzi… a volte finiva persino sul bordo (ad essere sinceri le prime volte non andava nemmeno sul paglione!). Poi, tirata dopo tirata, freccia dopo freccia, iniziavo ad avvicinarmi al centro:
- prima dall’esterno
- poi sempre più dentro
- poi nel cerchio più piccolo
- e alla fine, quando il margine di errore era quasi scomparso… arrivava il 10
Ma il punto è questo: il 10 non era il miracolo. Il vero miracolo era il margine di errore che si restringeva. Ogni tiro sbagliato era un messaggio al mio cervello: “Non è qui. Riprova. Correggi”. E lui, con pazienza, aggiustava ogni piccolo circuito.
Quell’esperienza mi ha insegnato una cosa che oggi ripeto spesso ai miei allievi: non esiste freccia sbagliata: esiste solo un passo in più verso il centro.
Il tiro dinamico: dove l’errore ti fa crescere sul serio
Il tiro dinamico è una disciplina “spietata” dal punto di vista della verità: il target e il timer non mentono mai. E anche qui, ogni miglioramento passa inevitabilmente da una sequenza di errori.
Impugnatura sbagliata
La pistola si muove troppo, il rinculo diventa difficile da controllare. Errore → il cervello registra.
Una prova alla volta, i neuroni aggiustano la memoria motoria.
Postura instabile
Ti sposti male, perdi equilibrio nelle transizioni. Errore → segnala al sistema nervoso che devi correggere il baricentro.
Mira che “balla”
Nei primi mesi succede a tutti. Il mirino oscilla come un metronomo. Errore dopo errore, il corpo impara a stabilizzarlo.
Strappo sul grilletto
L’anticipo dello sparo è uno degli errori più comuni. Ma solo attraverso centinaia di scatti sbagliati il cervello capisce come “non intervenire”.
Transizioni troppo rapide
Vai oltre il bersaglio, poi torni indietro. Questo è il classico esempio del “margine di errore”: prima sei troppo lungo, poi troppo corto… finché non trovi il punto giusto. Ogni volta che sbagli, stai letteralmente insegnando al tuo sistema nervoso come non fare. E il cervello, con la sua logica perfetta, fa il resto.
Curiosità: durante le lezioni di ginnastica posturale faccio sempre un esempio semplice ma potentissimo. Tutti noi abbiamo parcheggiato almeno una volta l’auto tra due vetture.
La prima volta: una bottarella davanti e una dietro, eppure abbiamo parcheggiato. La seconda volta: solo una bottarella, davanti o dietro. La terza volta: parcheggio perfetto, senza toccare nulla.
È lo stesso identico processo delle transizioni nel tiro: prima troppo lungo, poi troppo corto… finché il margine di errore si restringe e trovi il punto giusto.
Perché è difficile spiegare tutto questo agli allievi
Perché viviamo in una cultura che ha trasformato l’errore in un reato. Fin da piccoli ce lo fanno sentire addosso:
- Se sbagli, ti vergogni.
- Se sbagli, ti senti meno capace.
- Se sbagli, pensi di “non essere portato”.
Sin dalla prima infanzia – prima i genitori, poi gli insegnanti – molti adulti stanno lì, pronti a rimarcare ogni errore. E il problema non è l’intenzione, che spesso è buona: il problema è come lo fanno.
Il risultato è che da bambini veniamo umiliati invece che educati. E nel cervello si forma un’idea totalmente sbagliata: che chi non sbaglia “vale di più” di chi sbaglia.
Una follia, se ci pensi. Perché nessun essere umano apprende senza passare dall’errore. E questa mentalità la vedo anche sui campi di tiro. Molti istruttori non correggono: umiliano. Gridano, svalutano, fanno commenti che minano la sicurezza dell’allievo. E quella, credimi, è la via più veloce per distruggere l’apprendimento.
Io ho avuto la fortuna di avere un padre diverso. Ogni volta che “sbagliavo”, non mi ha mai umiliato, mai giudicato. Si limitava a sorridere e dirmi una frase semplice, che mi ha formato come atleta e come uomo:
Adesso sai come non si fa.
Lui non conosceva Huberman, né le neuroscienze, né Thomas Edison. Ma aveva compreso una cosa fondamentale: l’errore è un’informazione, non una colpa. Ed è esattamente ciò che ci dice oggi la scienza. La natura non funziona così. La neuroscienza non funziona così. Il tiro dinamico non funziona così.
Quello che dobbiamo insegnare ai nostri allievi – e ricordare a noi stessi – è semplice:
Se non sbagli, non stai imparando. Se non provi, non stai sbagliando. E se non sbagli, non diventerai mai un tiratore migliore.
Il vero errore non è il colpo strappato, il bersaglio mancato, il caricatore che cade, la transizione sbagliata. Il vero errore è non agire, non provare, non entrare nello stage per paura di fallire.
“Perché è lì, in quella paura, che si spegne sul nascere ogni possibilità di miglioramento”.
Il regalo dell’errore
Oggi posso dirlo con certezza: ogni bersaglio mancato, ogni colpo strappato, ogni stage sbagliato, ogni freccia finita fuori dal centro mi ha avvicinato a chi sono oggi come atleta, come coach e come persona. L’errore è il prezzo della crescita. Il margine di errore è la mappa per arrivare al centro. E il centro non è un punto fisso, non è un “10 perfetto”.
Il centro è ciò che rimane quando il tuo margine di errore si è ristretto.
E nessuno, davvero nessuno, ci arriva senza sbagliare.









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